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L’informazione come
elemento costitutivo di una democrazia matura
Di
Alessandro Parigi
Quanti esponenti di partito contribuiscono attivamente alla dialettica
politica apportando punti di vista nuovi o comunque liberi da ogni calcolo
elettoralistico o derivato da logica di partito?
E quanti giornalisti, cosa ancor più grave e preoccupante, possono
ritenersi realmente autonomi e determinati nell’informare il lettore o
l’ascoltatore, senza alcun secondo fine?
Ammetto di non riuscire a seguire per più di 10 lunghissimi minuti un
esponente di partito che immancabilmente sfodera la stessa filastrocca da
politicante; questo non è dovuto al fatto che possa avere una posizione su
un determinato tema discusso anche diametralmente opposta alla mia, ma
perché tale professionista della politica non offre nulla di nuovo al
dibattito, tanto che già alla prima frase “recitata” si sa senza ombra di
dubbio dove si voglia andare a parare.
Attenzione però: non esiste la similitudine “politico che non la pensa
come me” uguale “politico che non offre spunti interessanti alla
discussione”, e guai se fosse davvero così. La crescita di un Paese, al
contrario, si determina dal confronto tra diverse opinioni, sincere. Ed è
forse questo che manca a quei tanti interscambiabili politicucci: le vere,
oneste, profonde opinioni.
Una situazione non piacevole per un paese civile e democratico dal quale
si pretende, com’è ovvio, libertà di pensiero, un minimo di sforzo
intellettuale e meno atteggiamenti autoreferenziali.
C’è qualcosa di più grave nel nostro Paese. Il passaggio dalla volontà di
non offrire spunti liberi e profondi di riflessioni dei nostri politicanti
alla spiccata tendenza a pilotare informazioni e confezionare notizie per
un interesse più subdolo, è breve. Un virus molto diffuso, quest’ultimo,
nelle redazioni giornalistiche.
Molti giornalisti oggi hanno perso, oltre che la spina dorsale, anche
l’essenza del proprio nobile mestiere. Hanno smarrito la capacità di porre
domande scomode, dettate dall’interesse vero di capire come stanno le cose
e non soltanto di voler mettere in difficoltà il politico che non sta
dalla propria parte (il giornalista non deve avere una parte, ma difende
soltanto il diritto di cronaca). I giornalisti oggi esprimono opinioni, in
punto interrogativo è ormai un lontano ricordo de tempi andati, sotterrato
insieme a Montanelli e Biagi. Cosa ancor più “singolare” è che l’opinione
coincide immancabilmente con quella del proprio editore.
Pilotare l’informazione, confezionare notizie e telegiornali, lo stesso
ordine delle notizie date, sono sintomo di una democrazia malata,
immatura. I più sanguinari regimi avevano un proprio ministero della
propaganda, che nell’accezione moderna sono i giornali legati ad editori
impegnati, più o meno direttamente, in politica.
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