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Immigrazione. Il primo inserimento avviene tra i banchi

 

 

Darco era un bambino di sei anni proveniente dell’Est europeo, dai tratti somatici ben definiti, appena adottato da una coppia sassarese. Non conosceva una sola parola della nostra lingua (...). Quando fu inseriti in una prima elementare, fu accompagnato dai genitori, che si trattennero in classe con l’intento di stargli vicini per almeno un paio d’ore (...) Tempo sprecato. Perché in capo a dieci minuti, i suoi coetanei  lo avevano già accolto con naturalezza, gli avevano insegnato i gesti e le parole-base della comunicazione immediata... In capo ad un paio di mesi, Darco parlava l’italiano quasi meglio della sua lingua nativa... (da ilPassaporto.it )

 

In Italia da oltre vent'anni...e sono ancora "l'extracomunitario"

«Serve un’immigrazione selettiva. Che non è una lotteria, ma una programmazione stabilita in base alle esigenze di ogni settore dell’economia». A proporre questa ricetta non è un politico in cerca di soluzioni più o meno popolari, ma un giovane camerunense, laureato in farmacia, da anni nel Ferrarese. E che l’immigrazione l’ha vissuta sulla sua pelle.

E’ dunque senza tabù che parla di “selezione” e “reclutamento” di stranieri. Ma avverte: «A differenza di altri Paesi, l’Italia non ha ancora capito i vantaggi che può trarre dagli immigrati e continua a sfruttarli solo come manodopera a basso costo». (da ilPassaporto.it)

 

La preside: "Serve far capire la ricchezza della diversità"

Dell’integrazione dei ragazzi stranieri nelle scuole abbiamo parlato con Margherita Giromini, dirigente scolastico dell’istituto comprensivo Silvio Pellico di Varese, che da anni si occupa di educazione interculturale: “Di questa novità ci siamo accorti con ritardo. Gli studenti stranieri hanno cominciato ad arrivare da almeno dieci anni. Ma all’inizio ognuno pensava: ‘la cosa non mi riguarda’. Solo alcune scuole, quelle più coinvolte a livello numerico, hanno cominciato a studiare soluzioni”. (...)C’è anche un percorso per far conoscere ai compagni di classe qualcosa sul paese d’origine del nuovo arrivato, favorire lo scambio fra culture?
Sì, è quella che si chiama “educazione interculturale” ed è già un passo ulteriore, quando si smette di considerare il fenomeno dal punto di vista dell’emergenza, e si arriva a capire che invece è una potenziale ricchezza. Le scuole più consapevoli si sono attrezzate da tempo. Nel nostro istituto proponiamo laboratori in cui i ragazzi leggono le fiabe dei diversi paesi, altri dedicati alla cucina(...). Parlo dei ragazzi di elementari e medie, per i quali avvicinarsi a un’altra cultura vuol dire fare esperienze concrete: i bambini per capire devono toccare, assaporare, conoscere cibo, canzoni, vestiti. Con le scuole superiori si può fare un discorso filosofico, proporre ad esempio un confronto fra l’Islam e la cultura occidentale. Il punto centrale è far scoprire l’altro, che è anche un modo per capire se stessi. (da

 ilPassaporto.it)

 

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