Il liberismo è
di sinistra? Certamente sì, secondo Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
che hanno scritto un pamphlet con quel titolo ma senza il punto
interrogativo. In cento pagine, con un linguaggio semplice e efficace, i
due economisti raggiungono l'obiettivo che si proponevano: fornire
munizioni, sotto forma di eccellenti argomenti, ai riformatori presenti
nella coalizione di centrosinistra e impegnati (con pochi successi) in un
braccio di ferro con le componenti dirigiste della maggioranza. Il libro
di Alesina e Giavazzi è destinato a influenzare il dibattito
politico-culturale nella sinistra italiana con riflessi possibili
(auspicabili) anche sulle scelte politiche di governo. Nella peggiore
delle ipotesi, i loro argomenti serviranno almeno a indebolire pregiudizi
(contro il mercato e la concorrenza) e idee ammuffite che, per forza
d'inerzia, continuano a circolare nella sinistra italiana, anche in quella
ufficialmente non massimalista.
La tesi di partenza di Alesina e Giavazzi è semplice. Ciò che, in omaggio
a una tradizione italiana, essi chiamano «liberismo » (ma, come Piero
Ostellino, anch'io preferisco, per ragioni che dirò poi, la dizione
«liberalismo economico») è in grado di realizzare gli obiettivi di equità
e di uguaglianza delle opportunità che sono storicamente ideali di
sinistra mentre le politiche interventiste e dirigiste praticate dalla
sinistra italiana calpestano il principio di equità e finiscono per
accrescere disuguaglianze e ingiustizie. Si tratti di meritocrazia nell'
istruzione, di riforme del mercato del lavoro, di liberalizzazione delle
professioni, di privatizzazione delle industrie di Stato, è possibile
dimostrare, secondo Alesina e Giavazzi, che la concorrenza e l'equità non
sono in antitesi, che le politiche liberiste, colpendo privilegi e rendite
monopolistiche dei pochi, avvantaggiano i più, rendono la società più
giusta e più efficiente al tempo stesso. Condivido totalmente. E guardo
con simpatia al loro tentativo di fornire munizioni ai deboli, minoritari,
e un po' spauriti, «liberisti» del centrosinistra.
Non mi convince però la tesi secondo cui dovremmo considerare «di
sinistra» il liberalismo economico/liberismo. Penso piuttosto che il
liberalismo economico sia tale da non lasciarsi facilmente assorbire nella
tradizionale classificazione destra/sinistra. Non è questione di etichette
ma di sostanza. Non c'è solo il fatto (non proprio marginale) che se
consideriamo di sinistra il liberalismo economico, ne consegue, per il
principio di non contraddizione, che i (pochissimi) liberal-liberisti
italiani, fra i quali includo anche me stesso, dovrebbero essere
considerati tutti di sinistra (il che forse provocherebbe in alcuni di
loro una crisi di identità). È soprattutto che il liberalismo economico,
benché tradizionalmente considerato di destra, non «quaglia» né con la
destra né con la sinistra. Non con la destra perché la destra è
prevalentemente corporativa. E non con la sinistra perché la sinistra è
prevalentemente classista e redistributiva. Non parlo di destre e di
sinistre «ideali» ma della destra e della sinistra così come sono state
confezionate dalla storia. Non soltanto in Italia.
Prendiamo un caso in cui il liberalismo economico ha conseguito grandi
successi alla fine del XXsecolo: la Gran Bretagna. La sua affermazione
incontrò formidabili resistenze sia a destra che a sinistra. A destra, la
Thatcher conquistò, con un programma liberista, il partito conservatore
nel 1975 (portandolo poi alla vittoria elettorale nel 1979).
Ci riuscì perché il partito era stremato e in crisi. I conservatori
tradizionali furono costretti a subire la Thatcher pur odiandola e
disprezzandola e a subire un programma di governo liberista che
contraddiceva la tradizione conservatrice. Lo stesso vale per Blair.
Riuscì a impadronirsi del Labour Party perché il partito era agonizzante
dopo tanti anni di opposizione senza prospettive e perché i sindacati
erano stati fortemente indeboliti dalla «cura Thatcher ». Fu così che
Blair, facendo leva sull'eredità di successo del thatcherismo, potè
infondere nel Labour, e ispirare ad esso la sua azione di governo, un
liberalismo alla Gladstone (il grande leader liberale del diciannovesimo
secolo) che non aveva molto a che spartire con la tradizione laburista.
Destra e sinistra, non solo in Italia, tendono spesso a rifiutare le
ricette del liberalismo economico, a cominciare dalla concorrenza, anche
se per ragioni diverse. La destra perché la concorrenza può sconvolgere
gli equilibri interni a quei ceti (per esempio, professionali) di cui essa
si fa per lo più garante. La sinistra perché essa è storicamente
interessata a ridistribuire la torta (attraverso tasse e spesa pubblica) a
favore di alcuni gruppi di lavoratori dipendenti: anche se ciò comporta,
come rilevano Alesina e Giavazzi, andare contro gli interessi dei giovani,
dei consumatori, o dei veri poveri.
Più calzante della distinzione destra/ sinistra mi sembra quella che lega
la questione del liberalismo economico alla opposizione fra i fautori
della società aperta e i fautori (di destra e di sinistra) della società
chiusa. Solo i primi, indipendentemente dalle loro contingenti scelte
politiche, apprezzano meritocrazia e concorrenza, pensano che lo Stato
debba limitarsi a fornire alcuni essenziali «beni pubblici» (compreso il
bene pubblico rappresentato da regole certe e trasparenti per il mercato)
lasciando per il resto il massimo spazio possibile alla libera iniziativa
dei singoli. Nella convinzione che ciò porti, proprio come pensano Alesina
e Giavazzi, più efficienza, più libertà e più equità.Noncredo che parole
abusate, e usurate dalla storia, come sinistra e destra servano per
afferrare il punto. Il problema non è stabilire se il «liberismo» sia una
bandiera che tocca alla sinistra o alla destra sventolare. Il problema è
cosa fare per rafforzare, negli attuali schieramenti, la posizione dei
fautori della società aperta a scapito di quella (storicamente molto più
forte) dei fautori della società chiusa.
Una parola conclusiva sul perché non mi piace il termine «liberismo».
Fuinventato in Italia nel diciannovesimo secolo da nemici delle idee
liberali. Presuppone che la libertà possa essere fatta a fette: che si
possa separare nettamente la libertà economica da quella politica e
civile. Il passo successivo consiste spesso nel sostenere che sia
possibile avere piena libertà politica, civile, culturale, eccetera, anche
in un regime di oppressivo dirigismo economico, in assenza di libertà
economiche. Una tesi che a me pare falsificata dall’esperienza storica.