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Mercoledì 8 Febbraio

Legge Biagi, cosa non funziona?

 

Un tema che col tempo approfondiremo, cosa è cambiato con la nuova legge Biagi (o "Maroni" per alcuni)? E' giusto collegare la flessibilità incentivata dalla legge, con la precarietà? Qui di seguito un breve riassunto del provvedimento e i risultati di due ricerche.

Tempo di bilanci per la Legge Biagi che regolamenta il mercato del lavoro in continuo sviluppo.

La legge mira ad inserire modifiche anche radicali negli istituti di collocamento e nelle tipologie contrattuali.

E’ stato rimosso il monopolio degli uffici di collocamento pubblici, con l’inserimento di agenzie private, non solo interinali. Istituita la Borsa Informatica del lavoro.

Sul versante tipologie contrattuali, invece, sono state aggiunte formule quali lo job sharing (lavoro ripartito), lavoro a chiamata, staff leasing (assunzione a tempo indeterminato per poi dirottare ad altre imprese che richiedono manodopera a tempo determinato).

 

Le conseguenze. I giovani versano pochi contributi con le nuove forme ed il tipo di impiego, col rischio di ritrovarsi una pensione bassa e poco dignitosa. Il mercato di lavoro è eccessivamente complesso con 40 forme contrattuali e la conseguente difficoltà di orientarsi e districarsi sia per i datori che per gli assunti. Inoltre le stesse forme vengono adottate in modo maldestro ed incompleto. Occorrono standard contrattuali minimi compreso un salario minimo che esiste in quasi tutti i Paesi, e nuove tutele nei contratti di lavoro a progetto.

È necessario facilitare i percorsi di ingresso con periodo di inserimento graduale nel mondo del lavoro con al certezza di conseguire un contratto a tempo indeterminato. Ed è infine utile andare a rivedere le numerose forme contrattuali che non regolano il mercato, ma si adeguano alle diverse sfaccettature, anche quelle meno accettabili economicamente ed eticamente.

 

Due ricerche ci aiutano a chiarire come è stata recepita la legge Biagi.

Confindustria ha raccolto dati su 2000 imprese. In Italia il 95% ha contratto a tempo indeterminato; nel 2004 il 50% delle assunzioni è a tempo indeterminato, di questi il 52% è conversione di un contratto inizialmente a termine. Non decolla il job sharing, né le altre nuove formule prima citate. Restano i canali di intermediazioni “informali” come amicizie e raccomandazioni ma crescono le agenzie private.

 

Come la vivono invece i giovani? Da una ricerca effettuata dalla CGIL, il 34,6% degli intervistati vede nella nuova legge un incentivo all’insicurezza, solo il 9% è convinto dell’utilità in termini di opportunità offerte dai contratti brevi. Il posto fisso già all’ingresso nel mondo del lavoro non è indispensabile, ma si pretende che il contratto a termine resti un passaggio temporaneo.

 

Le persone hanno superato gli steccati ideologici in riferimento al posto fisso ma si chiedono garanzie e condizioni minime.

 

 

Politica ed economia